Il mio pregio principale, probabilmente, è che ascolto tutti.
Il mio difetto principale, probabilmente, è che ascolto tutti.
Il mio lavoro mi ha insegnato e dimostrato tante volte che non si può piacere a tutti.
Chi coltiva questa pretesa non comunica con nessuno.
Questo blog è nato come coro, tragico ad ammettersi, di un evento surrealmente demenziale: la prima Coppa dei Marpioni.
Con il pretesto di aggiudicarsi le grazie della più avvenente blogger copy della rete (Parolamia) io e altri due subnormali trovammo la scusa per rispolverare il Subbuteo.
Ho iniziato a scrivere questo “diario di una regressione all’adolescenza” il primo giorno di vacanza dell’agosto 2007. Senza un solo motivo serio. Senza pormi domande.
A mezzogiorno, bevendo il caffè, pensai: “voglio fare un blog”.
Alle 14 postavo “calcio d’inizio”.
L’unica indecisione fu sulla testata. Inizialmente scrissi
“verso parolamia”. Poteva descrivere un semplice moto a luogo (e che luogo ;D).
Ma aveva un secondo insight (personale e più serio) amo i poeti e la poesia della parola.
Uno dei motivi per cui ho conservato il libro di Lorenzo Marini (quello senza titolo) è che la dedica scritta a mano dice. “a Massimo, ai poeti, alla poesia delle parole”.
Mi conosceva poco, e magari era una dedica riciclata. Ma aveva senso.
Alla fine decisi “a tutto tondo verso parolamia” per lasciarmi una porta aperta e per poter parlare di tutti i miei pallini personali (che non sono solo il Subbuteo e Parola mia), possibilmente senza rompere le palle, a me stesso ma anche agli altri. Altri che dovevano restare, letteralmente, 4 gatti.
A settembre Mizioblog alzò la posta linkandomi e citandomi più volte.
Così mi ritrovai a ricevere commenti e mail. Soprattutto mi ritrovai a sentirmi più responsabile di quello che scrivevo verso chi mi leggeva. Non erano più 4 gatti che mi conoscevano.
Ho molti pallini personali, passioni. Una di queste mi dà da vivere.
Per questo scelsi di scrivere soprattutto di comunicazione.
Ci sono già molti altri blog che lo fanno, meglio e con maggior competenza.
Ma è questa la mia passione principale.
Inoltre, scrivere mi aiuta, e al tempo stesso mi costringe, a riordinare le idee e tutti quegli appunti personali che poi non si riorganizzano mai se non ci si forza con un po’ disciplina. E questo blog è diventato anche una forma di disciplina personale.
Ogni settimana cerco di postare una serie di esempi interessanti, dal mio punto di vista: per creatività, posizionamento, execution. Talvolta per tutti e tre i parametri.
Oltre che riordinare le mie idee può essere un servizio per tutti quelli che vivono in questa periferia del mondo e vogliono fare questo lavoro o lo svolgono in realtà con poca cultura della comunicazione.
E’ un “servizio” che non offro solo io ma è diverso e unico da quello degli altri, in quanto diverso e unico è ogni essere umano.
Questo blog mi da l’occasione quotidiana di condividere delle idee con altre persone che ho scoperto e conosciuto solo grazie a questo strumento. Questo scambio continuo mi spinge a una riflessione continua. Una ginnastica mentale con esseri umani di età ed esperienze diverse che a volte è impegnativa ma mi sta dando molto.
Questo blog non parla di “sangue e merda”. Spesso usa toni frivoli o cazzari. E’ una scelta.
“sangue e merda” è una definizione cara a una scuola americana di creative writing.
In Italia mi risulta che alcuni colleghi ancora la “promuovano” nelle accademie e nelle varie scuole di creatività. Per me è solo un “colore della tavolozza” uno dei tanti procedimenti stilistici che devo conoscere perché può servire.
Ho amato molto i film di Sam Peckinpah (specie cane di paglia, per tutta una serie di sfumature psicologiche in un film a tinte forti, per l’epoca).
Ma mi ha rotto i coglioni “Rosetta” (sangue e merda morali che vinsero a Cannes nel ’99). Mi sta rompendo le palle Tarantino. E vi assicuro che anche una delle “sue muse” l’ex ergastolano Eddie Bunker (piccolo ruolo ne Le Jene) a leggerlo tutto (l’ho fatto l’estate scorsa) ti toglie più che darti.
Poteva avere una valenza rivoluzionaria parlare di “sangue e merda” ai tempi di Doris Day e Sandra Dee.
Cosa ci dà oggi?
Personalmente non faccio alcuna fatica a immaginare e visualizzare l’orrore e il dolore.
Dal nostro punto di osservazione “percettivamente limitato” siamo naturalmente portati a comprendere l’entropia. Per questo non mi interessa. Tra l’altro, contrariamente a quello che molti pensano, l’orrore non ci prepara all’orrore. Né esiste una forma di mitridatizzazione al dolore. Noi non sappiamo mai chi siamo veramente, come affronteremo una determinata battaglia. Non lo sappiamo sinché non possiamo/dobbiamo combatterla.
In questo senso mi permetto di consigliare di leggere o rileggere Lord Jim.
Non solo noi non sappiamo davvero chi siamo, ma spesso siamo più cose, anche opposte, contemporaneamente. Anche il più coraggioso può essere vile. E anche la persona più codarda può compiere gesti ai limiti della temerarietà.
Anche per questo non sono d’accordo con il filosofo (o antropologo) americano di cui cazzo non ricordo il nome. Ultimamente ha scritto “odio internet perché consente alle persone di indossare infinite maschere e non sai mai chi ti trovi davanti davvero:”
Le maschere esistono in internet come nella vita reale. E alcune non siamo nemmeno noi a indossarle. Ce le attaccano. Abbiamo tutti il pallino dell’attribuire maschere, cercando punti di riferimento al di fuori di noi. Attribuiamo agli altri il volto che ci piace vedere. Che ci fa comodo o ci rassicura in quel momento. Nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro.
E’ questo, portato all’estremo che ci fa eleggere gli uomini della Provvidenza. Per poi decapitarli. Ma nessuno potrà applicarci la maschera di uomo della Provvidenza senza la nostra connivenza.
Internet è una strana cosa, ma non è più strana della vita. Perché fa parte della vita. Per molti di noi è un aspetto della vita quotidiana. Non è nemmeno più definibile come virtuale. E, in ogni caso, come nella vita “reale”, possiamo scegliere tra infinite maschere e se ne scegliamo una piuttosto che un’altra, un motivo ci sarà. Scegliamone una comoda, perché alla lunga aiuterà. Quale che sia la maschera che scegliamo, che ci dà sicurezza, dobbiamo essere responsabili del nostro comportamento o, nel caso del blog, di quello che scriviamo.
A chi ha la pretesa di conoscermi realmente attraverso la frequentazione di questo spazio devo per forza di cose dire “no, non provarci nemmeno”. “Fatti tutte le idee che vuoi. Se per te è importante giudicami anche. Ma fermati lì.”
Non è una questione di alterigia, o di eccessiva riservatezza.
“Merda e sangue” sono fatti privati, intimi.
Non vedo nessun coraggio nell’ostentarli con chi non siamo intimi e quando non è strettamente necessario. Amo l’understatement, soprattutto nel dolore. Lo trovo un atto di estremo coraggio. A volte incontro persone che senza essermi intime mi riversano addosso “sangue e merda”. Non le giudico per questo ma non mi considero obbligato a una reciprocità di rapporto. Perché è stata una loro scelta. E non possono e non devono imporla a me.
Non ho bisogno che qualcuno mi ricordi che la vita è “sangue e merda”. L’ho scoperto tanto tempo fa. Ho avuto e avrò richiami periodici a questa “realtà”. Ci vuole più coraggio a cercare di volare “malgrado questo”. Sono un ‘aquila con zavorra. Un’aquila grassottella âș
E’ questa la mia maschera. Ed è una mia scelta.
Se porti una maschera per tanti anni, diventerà parte di te.
Questa lunga tirata “virtuale”, come tutte le cose che capitano nella vità “reale”, nasce da tante cause, concause, pensieri e riflessioni. Chiunque, leggendomi, dovesse sentirsene la causa scatenante, commetterebbe un grosso errore. Da domani sarò ufficialmente più vicino ai 50 che ai 45 (47 e sei mesi). Anche una cazzata del genere ha un peso. Qualunque persona mi abbia scritto privatamente o commentato il mio blog, ha contribuito al suo post più lungo (questo) e, per quanto possa sembrare strano, meno meditato.
Non ho ancora finito: l’anonimato.
Mi chiamo Massimo Guastini e faccio il copywriter da circa un quarto di secolo.
Alcuni già lo sanno, altri no. Ma questo non cambia nulla. Non lo cambierebbe nemmeno se mi chiamassi Tim Delaney. Non dovrebbe, almeno.
Credo nelle idee, non mi interessa la fonte.
I nomi, l’autorevolezza, la sudditanza verso la fama o l’esperienza sono tutte cose che secondo me, possono ingessare un sistema.
In più ritengo che spogliarci del nome, della sindrome del credit, di tutte quelle trappole dell’ego che affliggono mediamente la nostra categoria professionale, possa essere un esercizio di umiltà utile.
Il primo passo per tornare ad essere più “persuasori occulti” che creativi. Più guerrieri che “gigioni da happy hour” Più “templari della brand” (o del brand…non l’imparerò mai)
Per questo motivo, qui si incoraggia l’anonimato, lo “pseudonimato”. Purché non sia quello vile e becero che porta ad accuse e calunnie senza il coraggio di metterci la faccia.
Dimenticate il mio nome, soprattutto il vostro se siete “famosi”.
Le idee sono la cosa più importante e non appartengono veramente a nessuno.
Tutte le volte che mi viene un’idea che sento giusta, faccio una cosa stupida e scaramantica, analoga a quello che facevano i cacciatori pellerossa. Ringrazio. “Entità sconosciute”, “la fatina del creativo” , il “mondo delle idee”, scegliete voi l’espressione che preferite.
Sono convinto che quando “arriva l’idea” abbiamo semplicemente aperto una soglia , spesso grazie anche all’energia di persone che magari in quel momento non sono lì con noi.
Ma ci hanno aiutato con una parola, una frase, un visual. Tanti piccoli semi.
Anche quelli che magari non erano giusti, proprio perché non erano giusti.
Duecentodieci anni fa William Wordsworth (omen nomen) e Samuel Taylor Coleridge pubblicarono una delle più belle raccolte inglese: “Lyrical Ballads”.
Ogni tanto qualche critico andava a stressare Wordsworth: “ci dica la verità, noi lo abbiamo capito, è lei l’autore della maggior parte dell’opera”.
La risposta era sempre la stessa (cito il senso) :
“ogni parola, momento, vissuto con Mr Coleridge ha contribuito alla raccolta che lei ha in mano.”
Stiamo parlando di uno dei momenti più alti nella storia della letteratura. Capite cosa intendo dire? Capite perché non capisco la sindrome dei credits?
Tutto quello che ho scritto sino a oggi in questo blog deriva dalle mie relazioni, rapporti umani a volte belli altre meno. Se anche erano maschere, sono le idee che mi interessa “seminare”. Di alcune ricordo l’ispiratrice, l’ispiratore, di altre no, purtroppo. Ma so che ogni cosa che ascolto e vedo e soprattutto l’entusiasmo delle persone che me ne portano possono essere contributi importanti, semi preziosi. Anche quelli semi seri.
Il mio difetto principale, probabilmente, è che ascolto tutti.
Il mio lavoro mi ha insegnato e dimostrato tante volte che non si può piacere a tutti.
Chi coltiva questa pretesa non comunica con nessuno.
Questo blog è nato come coro, tragico ad ammettersi, di un evento surrealmente demenziale: la prima Coppa dei Marpioni.
Con il pretesto di aggiudicarsi le grazie della più avvenente blogger copy della rete (Parolamia) io e altri due subnormali trovammo la scusa per rispolverare il Subbuteo.
Ho iniziato a scrivere questo “diario di una regressione all’adolescenza” il primo giorno di vacanza dell’agosto 2007. Senza un solo motivo serio. Senza pormi domande.
A mezzogiorno, bevendo il caffè, pensai: “voglio fare un blog”.
Alle 14 postavo “calcio d’inizio”.
L’unica indecisione fu sulla testata. Inizialmente scrissi
“verso parolamia”. Poteva descrivere un semplice moto a luogo (e che luogo ;D).
Ma aveva un secondo insight (personale e più serio) amo i poeti e la poesia della parola.
Uno dei motivi per cui ho conservato il libro di Lorenzo Marini (quello senza titolo) è che la dedica scritta a mano dice. “a Massimo, ai poeti, alla poesia delle parole”.
Mi conosceva poco, e magari era una dedica riciclata. Ma aveva senso.
Alla fine decisi “a tutto tondo verso parolamia” per lasciarmi una porta aperta e per poter parlare di tutti i miei pallini personali (che non sono solo il Subbuteo e Parola mia), possibilmente senza rompere le palle, a me stesso ma anche agli altri. Altri che dovevano restare, letteralmente, 4 gatti.
A settembre Mizioblog alzò la posta linkandomi e citandomi più volte.
Così mi ritrovai a ricevere commenti e mail. Soprattutto mi ritrovai a sentirmi più responsabile di quello che scrivevo verso chi mi leggeva. Non erano più 4 gatti che mi conoscevano.
Ho molti pallini personali, passioni. Una di queste mi dà da vivere.
Per questo scelsi di scrivere soprattutto di comunicazione.
Ci sono già molti altri blog che lo fanno, meglio e con maggior competenza.
Ma è questa la mia passione principale.
Inoltre, scrivere mi aiuta, e al tempo stesso mi costringe, a riordinare le idee e tutti quegli appunti personali che poi non si riorganizzano mai se non ci si forza con un po’ disciplina. E questo blog è diventato anche una forma di disciplina personale.
Ogni settimana cerco di postare una serie di esempi interessanti, dal mio punto di vista: per creatività, posizionamento, execution. Talvolta per tutti e tre i parametri.
Oltre che riordinare le mie idee può essere un servizio per tutti quelli che vivono in questa periferia del mondo e vogliono fare questo lavoro o lo svolgono in realtà con poca cultura della comunicazione.
E’ un “servizio” che non offro solo io ma è diverso e unico da quello degli altri, in quanto diverso e unico è ogni essere umano.
Questo blog mi da l’occasione quotidiana di condividere delle idee con altre persone che ho scoperto e conosciuto solo grazie a questo strumento. Questo scambio continuo mi spinge a una riflessione continua. Una ginnastica mentale con esseri umani di età ed esperienze diverse che a volte è impegnativa ma mi sta dando molto.
Questo blog non parla di “sangue e merda”. Spesso usa toni frivoli o cazzari. E’ una scelta.
“sangue e merda” è una definizione cara a una scuola americana di creative writing.
In Italia mi risulta che alcuni colleghi ancora la “promuovano” nelle accademie e nelle varie scuole di creatività. Per me è solo un “colore della tavolozza” uno dei tanti procedimenti stilistici che devo conoscere perché può servire.
Ho amato molto i film di Sam Peckinpah (specie cane di paglia, per tutta una serie di sfumature psicologiche in un film a tinte forti, per l’epoca).
Ma mi ha rotto i coglioni “Rosetta” (sangue e merda morali che vinsero a Cannes nel ’99). Mi sta rompendo le palle Tarantino. E vi assicuro che anche una delle “sue muse” l’ex ergastolano Eddie Bunker (piccolo ruolo ne Le Jene) a leggerlo tutto (l’ho fatto l’estate scorsa) ti toglie più che darti.
Poteva avere una valenza rivoluzionaria parlare di “sangue e merda” ai tempi di Doris Day e Sandra Dee.
Cosa ci dà oggi?
Personalmente non faccio alcuna fatica a immaginare e visualizzare l’orrore e il dolore.
Dal nostro punto di osservazione “percettivamente limitato” siamo naturalmente portati a comprendere l’entropia. Per questo non mi interessa. Tra l’altro, contrariamente a quello che molti pensano, l’orrore non ci prepara all’orrore. Né esiste una forma di mitridatizzazione al dolore. Noi non sappiamo mai chi siamo veramente, come affronteremo una determinata battaglia. Non lo sappiamo sinché non possiamo/dobbiamo combatterla.
In questo senso mi permetto di consigliare di leggere o rileggere Lord Jim.
Non solo noi non sappiamo davvero chi siamo, ma spesso siamo più cose, anche opposte, contemporaneamente. Anche il più coraggioso può essere vile. E anche la persona più codarda può compiere gesti ai limiti della temerarietà.
Anche per questo non sono d’accordo con il filosofo (o antropologo) americano di cui cazzo non ricordo il nome. Ultimamente ha scritto “odio internet perché consente alle persone di indossare infinite maschere e non sai mai chi ti trovi davanti davvero:”
Le maschere esistono in internet come nella vita reale. E alcune non siamo nemmeno noi a indossarle. Ce le attaccano. Abbiamo tutti il pallino dell’attribuire maschere, cercando punti di riferimento al di fuori di noi. Attribuiamo agli altri il volto che ci piace vedere. Che ci fa comodo o ci rassicura in quel momento. Nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro.
E’ questo, portato all’estremo che ci fa eleggere gli uomini della Provvidenza. Per poi decapitarli. Ma nessuno potrà applicarci la maschera di uomo della Provvidenza senza la nostra connivenza.
Internet è una strana cosa, ma non è più strana della vita. Perché fa parte della vita. Per molti di noi è un aspetto della vita quotidiana. Non è nemmeno più definibile come virtuale. E, in ogni caso, come nella vita “reale”, possiamo scegliere tra infinite maschere e se ne scegliamo una piuttosto che un’altra, un motivo ci sarà. Scegliamone una comoda, perché alla lunga aiuterà. Quale che sia la maschera che scegliamo, che ci dà sicurezza, dobbiamo essere responsabili del nostro comportamento o, nel caso del blog, di quello che scriviamo.
A chi ha la pretesa di conoscermi realmente attraverso la frequentazione di questo spazio devo per forza di cose dire “no, non provarci nemmeno”. “Fatti tutte le idee che vuoi. Se per te è importante giudicami anche. Ma fermati lì.”
Non è una questione di alterigia, o di eccessiva riservatezza.
“Merda e sangue” sono fatti privati, intimi.
Non vedo nessun coraggio nell’ostentarli con chi non siamo intimi e quando non è strettamente necessario. Amo l’understatement, soprattutto nel dolore. Lo trovo un atto di estremo coraggio. A volte incontro persone che senza essermi intime mi riversano addosso “sangue e merda”. Non le giudico per questo ma non mi considero obbligato a una reciprocità di rapporto. Perché è stata una loro scelta. E non possono e non devono imporla a me.
Non ho bisogno che qualcuno mi ricordi che la vita è “sangue e merda”. L’ho scoperto tanto tempo fa. Ho avuto e avrò richiami periodici a questa “realtà”. Ci vuole più coraggio a cercare di volare “malgrado questo”. Sono un ‘aquila con zavorra. Un’aquila grassottella âș
E’ questa la mia maschera. Ed è una mia scelta.
Se porti una maschera per tanti anni, diventerà parte di te.
Questa lunga tirata “virtuale”, come tutte le cose che capitano nella vità “reale”, nasce da tante cause, concause, pensieri e riflessioni. Chiunque, leggendomi, dovesse sentirsene la causa scatenante, commetterebbe un grosso errore. Da domani sarò ufficialmente più vicino ai 50 che ai 45 (47 e sei mesi). Anche una cazzata del genere ha un peso. Qualunque persona mi abbia scritto privatamente o commentato il mio blog, ha contribuito al suo post più lungo (questo) e, per quanto possa sembrare strano, meno meditato.
Non ho ancora finito: l’anonimato.
Mi chiamo Massimo Guastini e faccio il copywriter da circa un quarto di secolo.
Alcuni già lo sanno, altri no. Ma questo non cambia nulla. Non lo cambierebbe nemmeno se mi chiamassi Tim Delaney. Non dovrebbe, almeno.
Credo nelle idee, non mi interessa la fonte.
I nomi, l’autorevolezza, la sudditanza verso la fama o l’esperienza sono tutte cose che secondo me, possono ingessare un sistema.
In più ritengo che spogliarci del nome, della sindrome del credit, di tutte quelle trappole dell’ego che affliggono mediamente la nostra categoria professionale, possa essere un esercizio di umiltà utile.
Il primo passo per tornare ad essere più “persuasori occulti” che creativi. Più guerrieri che “gigioni da happy hour” Più “templari della brand” (o del brand…non l’imparerò mai)
Per questo motivo, qui si incoraggia l’anonimato, lo “pseudonimato”. Purché non sia quello vile e becero che porta ad accuse e calunnie senza il coraggio di metterci la faccia.
Dimenticate il mio nome, soprattutto il vostro se siete “famosi”.
Le idee sono la cosa più importante e non appartengono veramente a nessuno.
Tutte le volte che mi viene un’idea che sento giusta, faccio una cosa stupida e scaramantica, analoga a quello che facevano i cacciatori pellerossa. Ringrazio. “Entità sconosciute”, “la fatina del creativo” , il “mondo delle idee”, scegliete voi l’espressione che preferite.
Sono convinto che quando “arriva l’idea” abbiamo semplicemente aperto una soglia , spesso grazie anche all’energia di persone che magari in quel momento non sono lì con noi.
Ma ci hanno aiutato con una parola, una frase, un visual. Tanti piccoli semi.
Anche quelli che magari non erano giusti, proprio perché non erano giusti.
Duecentodieci anni fa William Wordsworth (omen nomen) e Samuel Taylor Coleridge pubblicarono una delle più belle raccolte inglese: “Lyrical Ballads”.
Ogni tanto qualche critico andava a stressare Wordsworth: “ci dica la verità, noi lo abbiamo capito, è lei l’autore della maggior parte dell’opera”.
La risposta era sempre la stessa (cito il senso) :
“ogni parola, momento, vissuto con Mr Coleridge ha contribuito alla raccolta che lei ha in mano.”
Stiamo parlando di uno dei momenti più alti nella storia della letteratura. Capite cosa intendo dire? Capite perché non capisco la sindrome dei credits?
Tutto quello che ho scritto sino a oggi in questo blog deriva dalle mie relazioni, rapporti umani a volte belli altre meno. Se anche erano maschere, sono le idee che mi interessa “seminare”. Di alcune ricordo l’ispiratrice, l’ispiratore, di altre no, purtroppo. Ma so che ogni cosa che ascolto e vedo e soprattutto l’entusiasmo delle persone che me ne portano possono essere contributi importanti, semi preziosi. Anche quelli semi seri.







