abci | KTTB A Tutto Tondo verso parolamia
lunedĂŹ, 28 aprile 2008
ABCI è la categoria di rialfabetizzazione della comunicazione italiana il cui scopo non è rispondere alla domanda “perché non vinciamo a Cannes?” ma trovare risposte comuni che possano aiutare a tirarci fuori dalla merda. O, detto senza francesismi,  capire cosa possiamo fare perché il nostro lavoro torni ad assomigliare a una professione.


Nel nostro sito “ufficiale” cOOkiesadv.com   c’è un test semiserio, rivolto agli uomini di marketing. E’ articolato in dieci tappe. In ciascuna proponiamo una scelta fra tre approcci creativi diversi per vendere un determinato punto di vista, una single minded proposition.


Immagine 5
La proposta A è sempre una campagna realmente uscita. Un annuncio che ci piacerebbe aver realizzato. (O che ci piacerebbe saper pensare, a detta di chi non ci ama â˜ș)
Le proposte B e C le abbiamo fatte tutte noi, venti campagne ideate in circa sei ore lavorative.

Immagine 2

Immagine 4
In linea generale, le proposte B appartengono al filone “vorrei essere creativo ma non ci riesco”, mentre le C sono quelle più prodighe di ridondanze, prodotti grandi e punti esclamativi.
A seconda della prevalenza di risposte A, B o C si ottiene il proprio profilo.

Immagine 4
Come in tutte le cose, non esiste una risposta giusta in assoluto. Ma resta il fatto, oggettivo, che per ideare gli approcci B e C abbiamo lavorato meno di otto ore. Eppure, sono annunci che potremmo tranquillamente vedere sfogliando qualche magazine italiano.
Ed è qui che sorge una  prima domanda: come mai per fare campagne del genere sono spesso necessari dei mesi? Gare, test, riunioni interminabili,  centinaia di ore lavorative per arrivare a dire COMPRA QUESTO PRODOTTO.

Immagine 1
Un’altra domanda, inevitabile è:
Perché l’approccio A dovrebbe essere migliore  in termini di persuasione?
Nei prossimi giorni cercherò di rispondere a queste domande.

E’ invece evidente perché i creativi propendono per questo tipo di comunicazione.
E’ l’unica modalità che rende davvero necessaria la loro professionalità.
Una coppia senior può sfornare 20 idee B e C in 6 ore.
Il che significa, che in un paio di settimane può arrivarci qualunque bipede.
“A” è una soglia molto più difficile. E molto difficilmente può essere varcata senza il contributo e la fiducia (complicità, oserei dire) del cliente.
postato da: KTTB alle ore 09:26 | Permalink | commenti (6)
categoria:comunicazione, pubblicitĂ , abci
martedĂŹ, 15 aprile 2008
A Londra ne paghereste 15. Ad Amsterdam 16. A Barcellona 25.
Persino a Boston, NY e LA spendereste meno.
Ma che importa.  Certe opportunità vanno colte, non è vero?
E poi, lo sanno tutti, abbiamo i migliori creativi del mondo.
Immagine 2
La Portfolionight sbarca finalmente anche in Italia, ma forse ci hanno  presi per il Principato di Monaco.

Non sono al corrente di quale astrusa alchimia abbia portato alla decisione di chiedere 40 euro per mostrare il  portfolio a dei direttori creativi e ascoltare i loro  suggerimenti. Spero ci sia un errore, mi auguro che adinitaly.blogspot.com abbia postato un pezzo impreciso.
Aspetto una smentita, in tempi brevi.

Viceversa sarebbe una richiesta economica poco opportuna in un paese in cui i creativi sono i meno pagati d’Europa. Certo, è possibile che mi sbagli. Non sono aggiornato sulle remunerazioni albanesi, croate, maltesi e di qualche altra nazione trainante del nostro movimento. Ma stiamo parlando di quasi 80 mila lire. Mi chiedo: i direttori creativi che avrebbero accettato (continuo ad auspicare il condizionale) di prestarsi a questa costosa liturgia sono al corrente della cifra? Di certo dovrebbero sapere che i giovani creativi, non solo gli aspiranti ma anche quelli che si chiamano junior o assistant, non dispongono di molta liquidità.  Dovrebbero saperlo perché io continuo a vedere junior e assistant che arrivano da 3, 4 stages in grandi agenzie e non sono mai  stati pagati.
Tutti pallisti?  Una sindrome di mitomania sta colpendo i creativi nati  a partire dall’82?

Se questa storia si rivelasse vera,  mi riprometto di organizzare la "NotteSalvaPortafoglio” con tutti i direttori creativi che vorranno darmi una mano.

Lo so che indignarsi è fané  e incazzarsi volgare ma dovreste, secondo me. Soprattutto se siete molto giovani e morite dalla voglia di fare il copywriter, l’art, il grafico, il web designer, il “creativo” insomma.

Se invece lo trovate un atteggiamento sterile, non produttivo, affrettatevi a staccare un biglietto.
Il link è QUI. Sono soldi vostri.
Mancano solo 23 giorni alla data (8 maggio).


postato da: KTTB alle ore 19:43 | Permalink | commenti (15)
categoria:societĂ , portfolio night, abci
mercoledĂŹ, 19 marzo 2008
ABCI è la categoria di rialfabetizzazione della comunicazione italiana il cui scopo non è rispondere alla domanda “perché non vinciamo a Cannes?” ma trovare risposte comuni che possano aiutare a tirarci fuori dalla merda. O, detto senza francesismi,  capire cosa possiamo fare perché il nostro lavoro torni ad assomigliare a una professione.

Immagine 4
La gara è spesso l'apoteosi delle simulazioni. Mediamente coinvolge una “task force” così composta:

un project manager, uno strategic planner, un giovane account  (sottoufficiale schiavo di collegamento), tre coppie creative (la concorrenza interna stimola). Altre figure professionali vengono coinvolte con minore impegno: media executive, assistente di produzione. E non dimentichiamo l’amministratore delegato, che di solito partecipa alle tre o quattro riunioni interne. Calcolando un impegno giornaliero medio di 4 ore a persona, sono 240 ore alla settimana.
L’agenzia che, a un mese dal briefing, entra nella sala riunioni del potenziale cliente ha sino quel momento investito novecentosessanta ore lavorative. Se ipotizziamo un costo persona medio di 50  euro lordi all’ora, siamo a quasi 50 mila euro.  Se l’agenzia entra nella short list finale (da due a quattro agenzie) dovrà investire almeno altre 150 ore per “affinare le proposte”.

A questo punto scattano inevitabilmente una serie di meccanismi psicologici propedeutici al comportamento noto come “pronitudine di ritorno”. Qualunque domanda venga formulata, che riguardi aspetti creativi o contrattuali, la risposta è “sì”.
Lo chiamano approccio hard selling, aggredire il mercato, in realtà si sta cercando di difendere, non perdere quanto già investito. E’ giocare in difesa. La gara mette mediamente l’agenzia in una condizione di fare promesse più che premesse.
Ma ci sono promesse che non possono essere mantenute e sono la premessa per un rapporto falso e quindi infruttuoso. Promettere un fee molto basso, di solito porta poi l’agenzia a inventarsi i modi più fantasiosi per recuperare soldi in altri modi.
Questo significa che anziché utilizzare ogni neurone per contribuire al successo di quella marca si sprecheranno tempo ed energie per fini meno costruttivi.

Questa situazione la determinano le agenzie, non le aziende.  
Non dovremmo chiederci che preventivo faranno le altre agenzie. Chiediamoci che preventivo possiamo fare noi per dare il migliore servizio e troviamo tutti i modi possibili per saperlo spiegare, argomentare. Certo, esiste la possibilità di perdere quella gara per avere chiesto un fee onesto. Ma, in tal caso,  eviteremo anche di lavorare con un’azienda a cui dover  raccontare un sacco di palle.

C’è troppa paura di quello che faranno gli  altri, i nostri concorrenti, e troppa poca determinazione nell’affermare chi siamo, cosa sappiamo fare e come vogliamo farlo.
La paura di perdere appiattisce tutto,  le proposte creative come  i programmi di governo. Se ne sono accorti persino Veltroni e Berlusconi.

Qualche anno fa partecipai a una gara ristretta, a tre, per una società molto nota, nel food. Non remunerata, una settimana di tempo per la presentazione, briefing traballante. Oggi rifiuterei. Nel 2003 trovai buona la motivazione “dai, solo per la statistica hai il 33% di possibilità di vincere. Se poi consideri la tua media alta in gara…
Presentai a tutto il Marketing. Ma non parlava nessuno. Fior di laureati e masterizzati fissavano una signora misteriosa. Sembrava la casalinga di Voghera.
Era in realtà l’addetta alle ricerche. Il filo diretto con la casalinga di Voghera.
Lei demolì tutto il lavoro proposto e ci diede una serie di indicazioni e “paletti”.
A questo punto gli uomini di marketing riacquistarono la favella per dire che “ci ringraziavano per l’impegno dimostrato e gli stimoli comunque interessanti. Ci aspettavano il lunedì alle 15 per la presentazione finale.” Era un giovedì pomeriggio.
Uscii da quella riunione molto perplesso. Non era l’ego ferito, ma la sensazione che
con tutti quei vincoli, fosse pressoché impossibile creare delle storie a cui non potesse pensare chiunque. “Abbiamo già investito 3 mila euro negli storyboard, non ha senso tirarsi indietro a questo punto”  disse il mio socio, intuendo la mia perplessità.
Gli risposi citando un saggio bis nonno: “mai buttare soldi buoni dietro a soldi sbagliati”. In ogni caso, per puro spirito competitivo, decisi di non mollare. Nuovo giro di riunioni, parole, storyboard.
Arriva quel lunedì, alle 15 sto  già aprendo la borsa porta lay out. Mi sento a disagio, mi pare di esporre delle banalità totali. Sono delle banalità totali. Devo cercare di raccontarle bene. Penso a Sally quando simula l’orgasmo al ristorante: tutto può essere simulato.  Ma la responsabile delle ricerche sorride, anche i fior di laureati masterizzati sorridono. Il mio socio sorride.
La risposta non arriva entro le 48 ore promesse. Dopo una settimana chiamiamo noi.
Dall’altra parte c’è un certo imbarazzo iniziale. Poi la spiegazione: “non capiamo come possa essere accaduto ma voi e le altre due agenzie, ci avete presentato tre proposte praticamente identiche. Forse vi abbiamo indirizzato troppo

Perché la comunicazione italiana non è al livello di quella degli altri paesi?
Perché succedono cose così.
Perché noi agenzie permettiamo che accadano cose così
Perché accettiamo rapporti non trasparenti sin dal principio della relazione con l’azienda, il potenziale cliente.  E chi parte male è a metà del disfacimento. 
Sono stato ancora prolisso, mi fermo qui. Alla prossima.

postato da: KTTB alle ore 08:56 | Permalink | commenti (4)
categoria:pubblicitĂ , abci
martedĂŹ, 18 marzo 2008
ABCI è la categoria di rialfabetizzazione della comunicazione italiana.
Lo scopo non è rispondere alla domanda “perché non vinciamo a Cannes?” ma trovare risposte comuni
che possano aiutare a tirarci fuori dalla merda. O, detto senza francesismi,  capire cosa possiamo fare
perché il nostro lavoro torni ad assomigliare a una professione.


Immagine 4Nelle due puntate precedenti ho proposto due prime regole:
1)Abituiamoci a dare sempre un valore ecomico al nostro lavoro. Noi per primi che siamo i cuochi, i cosiddetti “creativi”. Lavoriamo per vivere, non per produrre opere immortali.
2) abituiamoci a scegliere, non lasciamoci solo scegliere. Dobbiamo stimare le persone con cui lavoriamo, che siano direttori creativi o clienti. Quando manca la stima va sempre a finire male. Tanto vale non iniziare nemmeno.
Diverse Email e commenti alle prime due puntate hanno posto l’accento sullo stesso problema.
Se non accetto gli stages gratis, chiunque me li proponga, non ho alcuna possibilità di entrare in un mondo che mi attira, di fare il lavoro che ho scelto. Ho più possibilità di cambiare il sistema facendone parte che standone fuori.
In apparenza, il ragionamento non fa una grinza.
Le  agenzie stesse hanno abbracciato questa filosofia “imprenditoriale”.
Ed è molto più grave.
Iniziò ad accadere 22 anni fa e ci ha portati all’attuale presente.

C’era una volta l’ASSAP, (oggi assocomunicazione). Era costituita da una cinquantina di agenzie che per farne parte dovevano avere una serie di requisiti.
“Combattiamoci con la forza delle idee, non con la debolezza davanti al cliente” era la filosofia alla base. Il fee (compenso d’agenzia) era il 15% dell’investimento media fatto dal cliente. Un’azienda poteva convocare a una gara non più di 4 agenzie ASSAP. E doveva riconoscere un “gettone di partecipazione” (dieci milioni di lire). Convocare una gara tra 4 agenzie assap significava per l’azienda  un “cip” da 40 milioni. Naturalmente poteva invitarne solo due. Avere le idee chiare aiuta sempre a risparmiare.
Poteva anche invitarne non assap e con regole differenti.
Ma non avrebbe avuto i migliori professionisti.
Un’agenzia assap non poteva partecipare gratis né prendere parte  a una gara   in cui fosse presente una struttura non assap. 

Oggi non so se siano necessari requisiti particolari per fare parte di assocomunicazione. So che l’agenzia di Toscani (La Sterpaia) ne fa parte.
Nascondendosi dietro l’alibi del non poter fare “cartello”, le più grandi agenzie italiane partecipano solo a gare non remunerate (comunicatemi pure le eccezioni) confrontandosi tra di loro, ma anche contro la pizza&fichi o la Cialtroni & Associati. Entrano in competizione per fee dello 0,8%.
Le  gare sono spesso gruppi laocoontici di cui tutti parlano male ma che tutti fanno.
Eppure una gara ha dei costi. Chi li paga?

Li pagano i clienti, quelli ai quali promettiamo di impiegare le risorse interne migliori e il nostro tempo.
“Con il fee che mi passano è già tanto se ci faccio lavorare i due junior. Per di più siamo senza contratto. Ovvio che mi conviene usare i creativi più bravi  per portare a casa altro fatturato”
Questa frase, con sfumature diverse, è stata detta, pensata, attuata troppo spesso negli ultimi anni.
E’ come se noi creativi senior fossimo diventati dei Cyranò. I nostri pensieri, immagini e parole sono usati per “sedurre” in chiave new business. Terminata questa fase, passiamo alla seduzione successiva. Non “trombiamo” mai.
Dei costi di una gara parliamo domani.
Per chi l’avesse dimenticato Laocoonte è quel sacerdote troiano che non voleva lasciare entrare in città il cavallo di legno. “Temo quegli stronzi dei greci anche quando portano doni”. Per farlo tacere, Poseidone gli mandò contro due enormi e cazzuti serpenti che trascinarono in mare lui e i figli accorsi a difenderlo. Gruppo laocoontico è diventato così un modo per definire gruppi di persone aggrovigliate e allo sbando che non si stanno divertendo. Più che pensare a Cannes, vale la pena lottare per liberarsi dalle spire (continua)
postato da: KTTB alle ore 08:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:pubblicitĂ , abci
venerdĂŹ, 29 febbraio 2008
Philip J. Porro mi ha rinnovato anche qui il suo “fuck you” per Rimini.  Peccato, mi sarebbe tanto piaciuto dividere questo viaggio in treno con il Sommo Profeta del Cynical Marketing.
Comunque ho deciso: stasera mi infilerò all’occhiello un ramo di mimooosa. Porro ne va matto.
E mentre il treno si avvicina a Bologna mi chiedo anch’io, preoccupato, ma..." marketing e pubblicità sono sposi o separati in casa?”




Immagine 4
La pubblicità è uno strumento del marketing.  Fine della discussione e metafora poco calzante. In realtà,  il fatto che venga proposta in occasione della proiezione dei leoni di Cannes, lascia presagire una discussione sulla contrapposizione “uomini di marketing vs pubblicitari (creativi)” Un grande classico quindi.

In questa chiave di lettura, marketing e pubblicità sono, a livello teorico, sicuramente sposi, partner. A livello pratico è una relazione tra persone, esseri umani. 
La qualità del rapporto determinerà la qualità dei risultati.

Fiducia, stima, rispetto e  comprensione dei rispettivi punti di vista sono i requisiti fondamentali. Prima ancora della cosiddetta creatività.
Se c’è solo quest’ultima,  ma manca tutto il resto, difficilmente la relazione produrrà qualcosa di buono.

E, proseguendo nella metafora “sposi o separati in casa”, direi anche che la buona comunicazione è come il buon sesso.
Molto improbabile se manca la complicità tra gli attori.

Quando si mostrano a direttori marketing e direttori creativi esempi di ottima comunicazione, spesso le valutazioni coincidono.
Ma gli stessi dm e dc non sempre sono in grado di riprodurle quando lavorano insieme.
Come dire che tutti sanno riconoscere  il buon sesso.  Il problema e se si è ben assortiti, se ci si sa ben assortire.
Il problema è che, fuor di metafora, se non si divertono né il Direttore Marketing né il Direttore Creativo, il target va a puttana.

Questa metafora, che all’inizio ho trovato poco calzante, mi ha aiutato in realtà a razionalizzare perché mi convince poco la pratica molto italiana di fare campagne finte (quelle che escono una volta e per pochi, giusto per poterle iscrivere ai premi)
E’ onanismo intellettuale. E se proprio devo farlo da solo, allora preferisco il sesso.

P.S. (per mia moglie, non leggetelo per favore)
Non è perché vado a Rimini da solo che mi vengono queste associazioni.
Qualsiasi commento, salace, sagace, mordaceque…fammelo a voce. NON QUI! :)
postato da: KTTB alle ore 15:44 | Permalink | commenti (2)
categoria:comunicazione, pubblicitĂ , cynical marketing, abci
martedĂŹ, 26 febbraio 2008
Martedì 18 marzo, alle ore 15, presso la sede Adci, presentazione della prima ricerca sui freelance italiani, con dibattito  tra gli stessi freelance sui principali dati emersi. Commenterà la ricerca Nicola Pellegrini.

Quali sono i problemi più sentiti dai freelance italiani? Come sono distribuiti geograficamente? Sono interessati al posto fisso? Aprirebbero un’agenzia? Queste sono alcune delle domande a cui la ricerca dà una prima risposta.
Chi partecipa potrà dire la sua e contribuire a modificare, si spera in meglio, il futuro dei freelance italiani.
La ricerca è stata realizzata nel dicembre 2007 da QMark.
Per partecipare alla presentazione e al dibattito potete scrivere al segretario adci o a Gianni Lombardi. Troverete entrambi nel sito ADCI

Pubblico questa notizia perché l'intento è potenzialmente lodevole. Ma mi concedo anche alcune riflessioni.

I free lance sono (salvo rarissime eccezioni) in fondo alla catena alimentare.
Quelli anche molto bravi che ho sentito personalmente negli ultimi anni lamentano essenzialmente:
-pagamenti a 180 giorni, ma l'IVA devono pagarla  ogni trimestre
-spesso il cliente che paga scandalosamente tardi è una grande agenzia
-i meno fortunati partecipano non pagati a diverse gare, prendendosi carico, in questo modo, del rischio imprenditoriale che competerebbe solo agli azionisti della grande agenzia, non a un free lance. "Ma se non accetto, rischio di non essere più chiamato".

Come può migliorare il futuro del free lance se chi è a monte della catena alimentare non protegge in alcun modo il settore? Se agenzie tra le prime dieci di Assocomunicazione accettano di lavorare allo 0,8 per cento?  Se ormai può accadere che una grande agenzia chieda una remunerazione inferiore a quella del free lance o della piccola struttura? 
E sapete perché può accadere? Perché anche quello 0,8% in più è comunque un incremento. Basta non far aumentare i costi fissi per la gestione di questo nuovo lavoro. Ma non è difficile. Si aumenta il carico di lavoro a chi non è stato ancora "invitato"  a diventare  free lance dicendogli "o così o Pomì" (scusami Pilla). Si chiede  al direttore creativo di cercare qualche aspirante stagista sbandierando la carota della grande agenzia, della grande esperienza, delle grandi opportunità di crescita. Auguri Bolle Blu, di cuore. Ma la testa ci crede poco.

postato da: KTTB alle ore 15:46 | Permalink | commenti (2)
categoria:pubblicitĂ , societĂ , abci
sabato, 23 febbraio 2008
ABCI, forse già lo sapete, è la mia  personalissima categoria con cui mi ripropongo di dare un contributo per rialfabetizzare la comunicazione italiana. Non voglio rispondere alla domanda “perché non vinciamo a Cannes?” ma vorrei trovare risposte comuni che possano aiutare a tirarci fuori dalla merda. O, detto senza francesismi,  provare a capire insieme, cosa possiamo fare perché il nostro lavoro torni ad assomigliare a una professione.

leoneNella puntata precedente avevo provato a dare alcuni consigli pratici a chi ha appena cominciato il nostro lavoro o sta per farlo. Le email che ho ricevuto mi danno l’occasione di approfondire.
Una, in particolare,  sintetizza bene la questione:
Come ci si deve regolare quando un’agenzia di nome, “grande” e famosa”
ci propone 250 euro al mese per svolgere un lavoro che dovrebbe essere pagato quattro volte tanto?
 
Io penso che sia una proposta disonesta e dovremmo rifiutarci sempre di lavorare per persone non oneste. Che siano agenzie o clienti. E più amiamo il nostro lavoro e più dovremmo perseverare con questo atteggiamento.

Noi “creativi”, aspiranti, junior e senior dobbiamo ripeterci come un mantra che il nostro lavoro deve avere sempre un valore economico e i primi a darglielo dovremmo essere noi. Gli atteggiamenti “artistoidi” (ma quale arte?)  sono una trappola emotiva pericolosissima, forse la causa principale dell’attuale situazione. Provo a motivare. Ma lasciamo perdere, per favore, i pensieri tipo: “sono gli account che non sanno vendere”, “sono i clienti che non hanno coraggio” “è il sistema che è ingessato”. Sono pensieri deresponsabilizzanti e non portano lontano.

Lavoriamo circa 2000 ore all’anno. Quanto deve valere una nostra ora?
Mi rendo conto che varierà in funzione di tante belle considerazioni e aspirazioni.
Cominciamo da una molto terra-terra: quante spese avete all’anno tra affitto, luce, gas, telefono eccetera?  Fate un bel totale e aggiungeteci le tasse (ormai quasi tutti i “creativi” sono a partita iva) dividetelo per le 2000 ore e avrete il vostro costo lordo. Ogni ora che dedicherete al lavoro dovrà essere pagata quella cifra. Se non lo fate vi indebiterete.

Vi solleticano con la possibilità di una campagna tanto figa con cui potreste vincere un lapis award ma ci sono pochi soldi (per voi…)? Non fatela. I premi sanno solo impolverarsi, non pagano l’affitto.

merda_artista-777166

Noi non lavoriamo per guadagnarci l’immortalità, ma per pagare l’affitto e tutti i nostri costi fissi. Se non siamo capaci, noi per primi, di dare valore al nostro lavoro, perché dovrebbero farlo gli altri?
Lavoriamo nel commercio. Siamo commercianti. Se questa dizione ci provoca disagio, facciamoci delle domande. Se il parlare di soldi ci fa sentire “borghesi” e ci procura ulteriore imbarazzo, di nuovo poniamoci delle domande.  Dobbiamo vendere formaggini, pannolini, preservativi, l’immagine delle multinazionali, e per farlo dobbiamo saper creare un dialogo tra la marca e i consumatori. Solo questo. Ci dà fastidio? Cambiamo lavoro. Vincere a Cannes non è una redenzione.

Il nostro lavoro non fa schifo perché non vinciamo Cannes o non facciamo spot come quelli che si vedono al Super Bowl. Il nostro lavoro fa schifo , in Italia, perché la maggior parte di noi “creativi” pensa più al festival che a costruire un rapporto vero e professionale con chi commissiona il lavoro. 

L’atteggiamento-vezzo di essere una casta a parte, il nostro guardare con disprezzo ai “galoppini” account e ai grigi direttori marketing che lavorano per la pagnotta, ci ha isolati e resi così “eterei”, così poco terreni, da farci diventare poco credibili o, peggio, delle macchiette.

Cassano
Veniamo visti, come “bambinoni” con la testa tra le nuvole, un po’ frivoli. Non come dei partner affidabili, in grado di saper “soffrire” quando il gioco si fa duro. Siamo degli eterni “Cassano”.
Ma lui guadagna.
La crisi economica non ha toccato solo l’Italia. Il “creativo” che non si sente uno sfigato ad andare a spulciare tra numeri e tabelle, non tarderà a rendersi conto che ci sono grossi problemi un po’ ovunque,  a parte i cosiddetti paesi emergenti.

Lasciamo perdere quello che “non fanno” gli altri attori del gioco, mi ripeto, pensiamo a tutto quello che potremmo fare noi. Non ci passano un briefing decente? Informiamoci, leggiamo, indaghiamo (viva internet!) prima di inseguire un’ idea inconsistente. Entriamo nelle sale riunioni sapendone più di tutti. Il più importante (e bravo) direttore servizio clienti Grey, una donna, si meravigliava  per come sapessi snocciolare i dati a memoria nelle presentazioni, talvolta non se li ricordava nemmeno il cliente. Molti miei colleghi si sentono meno “creativi” nel fare questo, gli pare un contaminarsi. Beh, meglio contaminarsi che poi compiangersi. Meglio poter pensare di avere fatto tutto il possibile per dialogare alla pari, che uscirsene con la campagna stravolta e non averci nemmeno provato.

esterne002d4e4acxw200h164c00
Tra l’altro,  più si approfondisce e più si capisce la controparte, i rischi che corre e  il fatto che può avere ragione. Più ci si sbatte a capire l’altro più e facile che lui capisca noi. Ma facciamo noi il primo passo, non aspettiamo. Non più. Dobbiamo meritarci rispetto, credibilità e fiducia. Ma anche il nostro interlocutore deve meritarseli. Per questo suggerisco sempre di non lavorare per direttori creativi o direttori marketing che non stimiamo. Finisce sempre male.

Concludo questa puntata con una nota in parte fuori dal coro e che riguarda la lettera di Sergio Rodriguez ai soci adci.
Sergio Rodriguez sarà giurato italiano a Cannes nella sezione print. Se lo merita, perché è bravo. Due anni fa ha scritto un corto, diretto da Edoardo Lugari, che mi ha emozionato. Trovo intelligente e utile il suo gesto di scrivere una lettera a tutti i soci per fissare “sedute di lavoro in cui affinare ogni pezzo (iscritto al festival) per renderlo più competitivo: a volte un concetto più appuntito può cambiare le sorti di un annuncio”

Ma non sono d’accordo quando scrive:
A Cannes c'è molto di noi in gioco.
C'è in gioco la nostra faccia con il mondo dell'economia.
C'è in gioco la  reputazione di chi tra noi lavora in network internazionali.
C'è in gioco il futuro di una professione sempre più sottomessa alle ricerche che votata alla sperimentazione.


Noi ci siamo già giocati tutto questo.
E vincere Cannes  farà forse aumentare lo stipendio alle persone coinvolte nei lavori premiati ma non migliorerà in alcun modo le condizioni lavorative del nostro settore. Non eliminerà il fenomeno degli stagisti non pagati. Dei “creativi” precari e mal remunerati. Non aumenterà la credibilità della nostra categoria presso i clienti.
Per ottenere questo, dovremo saper fare ben altro che vincere a Cannes. Ma proprio perché è più difficile, mi intriga di più. Quasi quanto l’idea di rivincere la Coppa dei Marpioni.
A proposito, vado ad allenarmi.
Alla prossima.
postato da: KTTB alle ore 14:19 | Permalink | commenti (16)
categoria:pubblicitĂ , abci
domenica, 17 febbraio 2008
La settimana che inizia domani sarà per me un po’ complicata. Se fossi un account direi: “non so a chi dare i resti”.  Sono un copy e mi limito a un sintetico MINCHIA. Questo spazio avrà quindi un andamento imprevedibile, tendente al singhiozzo sincopato. Di conseguenza slitta anche la seconda puntata di ABCI, la categoria di rialfabetizzazione della comunicazione italiana il cui scopo non è rispondere alla domanda “perché non vinciamo a Cannes?” ma trovare risposte comuni che possano aiutare a tirarci fuori dalla merda.
O, detto senza francesismi,  capire cosa possiamo fare perché il nostro lavoro torni ad assomigliare a una professione.

Per gli amanti del Subbuteo c'è invece una promessa: tenetevi forte…uscirà il post di lancio per  l’evento dell’anno, la seconda edizione della Coppa dei Marpioni. Allargata rispetto alla prima e con una nuova musa ispiratrice che raccoglierà l'eredità spirituale dell'indimenticabile e indimenticata parolamia.

Cerimonia di apertura

Gironzolando per la rete mi sono imbattuto in un nuovo blog sulla comunicazione, nato il giorno di San Valentino. Niente di melenso a giudicare dai primi post. Anzi, spero di non meritarmi mai l’attenzione di ADDIO 2012.
ADDIO 2012
Personalmente trovo esagerata la collocazione di Breil Love Era in questa gallery dell' orrore.
E’ vero che ricorda Capitalia, ma credo si tratti di una sorta di “intertestualità goliardica”. Un “secondo insight” tra addetti ai lavori che prende per il culo lo scopiazzante e dissennato spreco di risorse di un paio di anni fa. Mi riferisco al Kolossal partorito da German Silva per Capitalia. Piuttosto, la prima volta che ho visto in TV "Love Era", ero stato tratto in inganno dalle prime inquadrature manieristiche (vedi “Resident Evil” e “Io sono leggenda”). Così l’avevo letto come una fine del mondo più che un conflitto uomo donna giunto agli estremi. In ogni caso è un film sopra la media delle produzioni che vediamo in televisione. Ed molto più rilevante e pertinente rispetto allo "Sbrodossal" Capitalia. Buona settimana:)




postato da: KTTB alle ore 13:58 | Permalink | commenti (5)
categoria:pubblicitĂ , subbuteo, parolamia, coppa dei marpioni, abci
lunedĂŹ, 11 febbraio 2008
Settimana scorsa, il fight  creative club di mizioblog ha proposto un tema non nuovo ma che continua a fare discutere:
PERCHE’ IN ITALIA NON RIUSCIAMO A REALIZZARE COMMERCIALS COME QUELLI VISTI DURANTE IL SUPERBOWL. E’ SOLO UN PROBLEMA DI RISORSE ECONOMICHE O  ANCHE DI RISORSE UMANE, CIOE' DI MENTALITA’? INSOMMA, PROVATE A RISPONDERE AL SOLITO TORMENTONE: COLPA DEI CLIENTI, DELLE AGENZIE O DEI CREATIVI?
ABCircolo non viziosoi trentacinque  commenti hanno tirato in causa diversi aspetti tra cui  anche gli istituti di ricerche, le scuole, e il "sistema Italia" definito da Pacorfeo "allo sbando, incapace di progettare un futuro. Un paese immobilizzato dalla paura, dall'incertezza..."

Dare la colpa a un “sistema” è sterile. Siamo tutti parte del sistema e con la nostra passività lo alimentiamo. Lo alimentiamo anche attivamente quando come direttori creativi proponiamo uno stage gratuito di sei mesi (full time!) a un giovane che è ormai “produttivo” e in grado di svolgere lavori che procureranno soldi all’agenzia. Lo alimentiamo attivamente come junior quando lo accettiamo. Più che mettere all’indice tutto quello che non fanno account,  presidenti e AD di agenzia, dovremmo guardare a quello che accettiamo e permettiamo quotidianamente noi.
Il punto non è mai cambiare il Sistema, il Mondo.
Il punto è sempre lo stesso: cosa sei disposto a fare per cambiare il tuo mondo, il tuo sistema?
Perché se cambi il tuo è come se avessi cambiato il resto. E in parte stai contribuendo al cambiamento. Ci sono molte cose che ciascuno di noi può fare invece che rimpiangere il “decenio de oro” o compiangersi per il “decennio de mierda”. Avevo promesso di parlarne entro oggi, ma mi rendo conto che non me la posso cavare con un post. Così comincio con una serie di consigli pratici destinati a chi è agli inizi. Come ho già scritto altre volte mi pare ridicolo, ormai, chiederci “perché non vinciamo a Cannes?”. Dobbiamo ripartire dai fondamentali.
Kimo
Consigli pratici per chi ha meno di 20 anni

lasciate perdere facoltà come “scienze della comunicazione”. Se avete voglia, tempo e soldi per studiare, iscrivetevi a lettere, filosofia, pure matematica o fisica se vi piace. Non importa se siete straconvinti di voler fare i copy o gli art.
L’università non vi può insegnare a fare una campagna pubblicitaria.

Ma può insegnarvi molte altre cose.

Consigli pratici agli aspiranti stagisti
imparare il mestiere in un’agenzia è molto più efficace rispetto all’università e molto meno costoso rispetto a un’Accademia.  Vissuta in questa chiave, un ragazzo di 19 anni può anche permettersi diversi stage non remunerati. Ma siate anche voi a “scegliere” i vostri insegnanti i vostri “mentori”.
Valutateli durante il colloquio, non siate solo valutati. E valutateli durante lo stage, continuate a fare colloqui, a incontrare altri possibili mentori per avere più termini di paragone.
Non lasciatevi parcheggiare.


Consigli pratici per i Junior
Se avete iniziato il "praticantato" a 19 anni, avete un minimo di predisposizione e un massimo di determinazione, intorno ai 22/23 anni dovreste essere ormai produttivamente utili per tutta una serie di lavori. Quindi è tempo di cominciare a essere pagati.
Se non accade chiedete spiegazioni e non accettatele passivamente per paura di essere tagliati fuori. Solo voi avete il potere di  “tagliarvi fuori”.
Se siete certi di valere uno stipendio minimo e avete seguito l’altro consiglio (continuare a fare colloqui) avrete una serie di contatti con cui confrontarvi.
Lo so che sareste disposti a lavorare gratis pur di vedere una vostra campagna pubblicata. L'entusiasmo è lodevole. Ma gratis è una parolaccia, perché toglie valore al vostro lavoro.


Avvertenza
Non cadete mai nella trappola stagnante dei vari “il mio DC non mi capisce” “il cliente non capisce un cazzo” “all’account mancano le palle”. Anche se è la verità non vi servirà a un cazzo pensarlo.
Piuttosto che lavorare controvoglia in un posto è meglio lasciarlo.
Lo so, suona come un pessimo consiglio, ma è più facile trovare un altro posto se si sprizza entusiasmo da tutti i pori.
Quanto entusiasmo da “sprizzare” vi ha lasciato l’agenzia in cui restate controvoglia?

E' la somma delle paure individuali (di restare a spasso, di perdere un'occasione, di non essere all'altezza) che blocca un sistema.
Lo so, è  molto più facile accusare i clienti e gli account di essere dei "cagasotto
ma, vi giuro, non serve a nulla se  anche voi avete paura.
Del celebre monologo finale di Blade Runner, tutti sanno a memoria la seconda parte.
A me è rimasto impresso l’incipit:
“bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo.”
Buona settimana :)





postato da: KTTB alle ore 06:30 | Permalink | commenti (7)
categoria:pubblicitĂ , abci
Add to Technorati Favorites